Milano-Mosca: anime dannate di Gabriele Basilico

Milano-Mosca. In mezzo trent’anni. Città fantasma, ombre del proprio passato prossimo, dell’altro ieri. Gabriele Basilico fotografa due metropoli di cemento, le racconta con occhio clinico. Quello che ne ricava è la sagoma, la traccia di qualcosa andato via, per sempre. L’anima che c’era. La perdita dell’aura, direbbe Walter Benjamin. Lo spazio Oberdan ospita fino a domenica la mostra che espone due lavori del fotografo: “Mosca verticale 2007-2008”, su progetto scientifico di Umberto Zanetti, e  “Milano ritratti di fabbriche 1978-1980”. Immersione e isolamento: la città guardata come corpo vitale, capace di metamorfosi, è raccontata attraverso l’obiettivo, attraverso il metodo della fotografia documentaria, eredità degli studi di architettura dell’autore.

Così, a celebrare l’ex capitale dell’Urss restano le sette torri volute da Stalin. Edifici bianchi, massicci, costruiti tra gli anni ’40-’50. Il gioco delle similitudini, cariatidi architettoniche piantate nel dna della città. Poi il tessuto urbano viene percorso dall’alto delle torri. Sguardo verticale, sul formicolio vitale:  le auto, il traffico, le insegne pubblicitarie, uomini, tutti uguali, marionette interscambiabili di una vita qualunque. Ma le torri incombono con il loro peso storico a testimoniare la loro epoca. Mosca dell’oblio, della volontà di dimenticare. Ne esce il cemento, l’anonimo senso di oppressione della vita moderna. Dopo la fine di tutto. Da lontano, dall’alto, come qualcosa che non appartiene a nessuno, neanche a Basilico.

Milano, fine anni ’70. Basilico attende uno di quei giorni di primavera quando la luce squarcia l’aria e tutto riprende a respirare. Allora ogni contorno è ridefinito, proiettore di linee e traiettorie che ridisegnano la città. Milano vuota, guscio disabitato, dimenticato. In mezzo il trapasso della storia industriale della città. Il disuso delle fabbriche. Il capoluogo lombardo attraversato nei suoi non-luoghi. Bianchi e neri, deserto di cemento e lamiera. Un’indagine sui luoghi periferici abbandonati, marginali. Questo interessa a Basilico: non il paradigma estetico della città, le sue autocelebrazioni, ma la sua nervatura, quella che nessuno vede, che l’occhio rifiuta. La scelta non sta nel soggetto estetico ma nel punto di vista che predilige il fenomeno urbano dell’era post-industriale che diventa un’altra identità possibile.

“Troviamo il ricordo dei paesaggi urbani di Mario Sironi – scrive Roberta Valtorta, curatrice della mostra insieme a Umberto Zanetti – con rare case di periferia, figure di camion e gru, fabbriche, cavalcavia, e di Umberto Boccioni, con la strada stessa come tema, le fabbriche in lontananza, le ciminiere che fumano, e dei vuoti metafisici delle piazze e delle città di Giorgio de Chirico, malinconiche e misteriosamente strutturate sul rapporto luce-ombra”.

“Per la prima volta ho visto le strade, le facciate delle fabbriche tagliarsi nitide e isolate su un cielo terso, grazie al quale la visione dello spazio e delle forme diventava improvvisamente inusuale”. G. Basilico.

Il fotografo scopre nel momento in cui prende in mano la macchina, per la prima volta il mondo raccontato da quella prospettiva e ne resta affascinato.

Milano-Mosca. Due anime dannate. Il postmoderno ci ha insegnato a sorriderne con un po’ di malinconia.







barbara.leoni@gmail.com

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