L’Italia che nessuno ricorda. Italiani che ci hanno fotografato 1945-1975


Classe elementare di Africo (Reggio Calabria),1948. Da lontano sembrerebbe una fotografia scattata in Afghanistan di questi tempi. Sessant’anni ci rendono irriconoscibili. Era l’epoca dei rotocalchi, della stampa illustrata, dei fotoreportage di Life, dell’Europeo, di Tempo. La televisione non aveva ancora assoggettato l’immaginario collettivo e il lavoro dei fotogiornalisti era quello di raccontare per immagini la storia del nostro dopoguerra. È un Italia fatta di miseria e misericordia, di muli e fatica, volti abruzzesi e napoletani. La religione entra nelle case e si mescola con le credenze popolari. La donna che compie un esorcismo di domenica, i ragazzi di strada, le bidonville romane.  La mano di Mario Giacomelli indugia e carica nell’inquadratura le microstorie dei contadini.

Con un occhio alla lezione dei fotografi americani e un altro alla lezione dei colleghi d’oltralpe, ne esce un ritratto italiano vario per scelte stilistiche e soggetti.

Lo Spazio Forma di Milano espone fino al 2 giugno la mostra La Fotografia in Italia 1945-1975, 250 scatti della collezione Morello che ripercorrono le tappe dei fotografi italiani. Tra gli autori, Gianni Berengo Gardin, Carlo Bevilacqua, Paolo Bocci, Piergiorgio Branzi, Giuseppe Bruno, Alfredo Camisa, Calogero Cascio, Elisabetta Catalano, Carla Cerati, Vittorugo Contino, Mario Cresci, Francesco Carlo Crispolti, Mario De Biasi, Toni Del Tin, Mario Dondero, Ferruccio Ferroni, Mario Finocchiaro, Caio Mario Garrubba, Mario Giacomelli, Mario Lasalandra, Giorgio Lotti, Pepi Merisio, Giuseppe Möder, Paolo Monti, Federico Patellani, Tino Petrelli, Vittorio Piergiovanni, Franco Pinna, Marialba Russo, Antonio Sansone, Tazio Secchiaroli, Elio Sorci.

Articolata in dodici tappe l’esposizione racconta il viaggio che i fotografi hanno compiuto nel loro percorso professionale: dalla necessità di denuncia sociale, al divertissement ammiccante de “Gli italiani si voltano” di Mario De Biasi del ’54. È l’età del boom, dei “Vitelloni”. A bordo delle vespe i paparazzi inseguono attori e artisti in Via Veneto. Federico Fellini è sul set con Marcello Mastroianni per girare Otto e 1/2. A ritrarlo l’occhio di Tazio Secchiaroli.


Poi c’è la cronaca: i fatti d’Ungheria, il famoso reportage da Budapest di Biasi del ’56, commissionato per Epoca da Enzo Biagi. Viaggiatori per il Touring, molti fotografi hanno raccontato poi l’altra parte del mondo. Studio di ricerca più sperimentale, è il lavoro concettuale “Giudizio e Storia di un dramma”, di Mario Lasalandra, i nudi di donna di Carla Cerati o ancora i “Cronotopi” di Vittorugo Contino.

Eteree, quasi intangibili, le Venezie di Gianni Berengo Gardin, pittorico, meno drammatico, poetico in punta di voce. Le marine composte, immobili di Ferruccio Ferroni, della scuola di Giuseppe Cavalli, del quale ripropone la lezione della fotografia pura, semplice nella forma, essenziale, rigorosa, dal tono alto.

















Un puzzle per immagini di firme diverse che ricompone come in un caleidoscopio l’Italia che nessuno ricorda, i volti della nostra storia.

barbara.leoni@gmail.com

World Press Photo Awards 2010. La Teheran di Pietro Masturzo

Teheran, le luci accese nella notte, le donne scrutano dai tetti la loro città. Una di loro, vestita di bianco, porta le mani alla bocca e grida. E’ l’inizio dell’estate e in Iran è l’inizio di tutto. Dopo l’elezione di Ahmadinejad, gli iraniani scendono in piazza per denunciare i brogli. E’ storia di oggi, storia di un Iran che preoccupa tutto il mondo. Storia però privata, di ogni iraniano. Lo scatto del freelance italiano Pietro Masturzo, 29 anni, ha meritato il primo premio dei World Press Photo Awards 2010.

Contemporanea e documentaristica, quella di Masturzo è però una fotografia narrante, che ha il profilo di un racconto. L’atmosfera quasi mistica e notturna la estrae dal tempo contingente, per relegarla nel dominio delle foto senza tempo, eternamente sospese e vere, come la poesia.

Linee, finestre, luci di interno e quella voce muta della donna. Accanto, un’anziana, vestita di nero, guarda nel vuoto e aspetta.

barbara.leoni@gmail.com

Milano Clown Festival. In mostra alla Feltrinelli di Piazza Piemonte

Omaggio a Vittorio de Sica. “Miracolo a Milano” sarà il tema della quinta edizione del Milano Clown Festival, dal 18 al 20 febbraio. Per l’occasione la Feltrinelli di Piazza Piemonte ospita per tutto il mese l’esposizione fotografica dedicata alla kermesse internazionale. Attraverso gli scatti e i giochi di sovrapposizione di Simona Boccedi e Gabriele Zucca, i clown fanno la loro comparsa per le strade della città. Palchi improvvisati, pubblico e passanti. Il circo itinerante. Allora il richiamo a De Sica lo si ritrova con la ricerca della poesia, del gioco, della riscoperta del tempo.

“Clown di tutto il mondo  unitevi e venite a Milano! Se c’è una città che ha bisogno di voi è proprio questa. Qui bisogna tornare allo sghignazzo, a farsi beffa del re, a burlarsi del potere.”

(dal premio Nobel Dario Fo, “Corriere della Sera” 25 febbraio 2009, sulla città di Milano e sul Festival)

barbara.leoni@gmail.com

Milano-Mosca: anime dannate di Gabriele Basilico

Milano-Mosca. In mezzo trent’anni. Città fantasma, ombre del proprio passato prossimo, dell’altro ieri. Gabriele Basilico fotografa due metropoli di cemento, le racconta con occhio clinico. Quello che ne ricava è la sagoma, la traccia di qualcosa andato via, per sempre. L’anima che c’era. La perdita dell’aura, direbbe Walter Benjamin. Lo spazio Oberdan ospita fino a domenica la mostra che espone due lavori del fotografo: “Mosca verticale 2007-2008”, su progetto scientifico di Umberto Zanetti, e  “Milano ritratti di fabbriche 1978-1980”. Immersione e isolamento: la città guardata come corpo vitale, capace di metamorfosi, è raccontata attraverso l’obiettivo, attraverso il metodo della fotografia documentaria, eredità degli studi di architettura dell’autore.

Così, a celebrare l’ex capitale dell’Urss restano le sette torri volute da Stalin. Edifici bianchi, massicci, costruiti tra gli anni ’40-’50. Il gioco delle similitudini, cariatidi architettoniche piantate nel dna della città. Poi il tessuto urbano viene percorso dall’alto delle torri. Sguardo verticale, sul formicolio vitale:  le auto, il traffico, le insegne pubblicitarie, uomini, tutti uguali, marionette interscambiabili di una vita qualunque. Ma le torri incombono con il loro peso storico a testimoniare la loro epoca. Mosca dell’oblio, della volontà di dimenticare. Ne esce il cemento, l’anonimo senso di oppressione della vita moderna. Dopo la fine di tutto. Da lontano, dall’alto, come qualcosa che non appartiene a nessuno, neanche a Basilico.

Milano, fine anni ’70. Basilico attende uno di quei giorni di primavera quando la luce squarcia l’aria e tutto riprende a respirare. Allora ogni contorno è ridefinito, proiettore di linee e traiettorie che ridisegnano la città. Milano vuota, guscio disabitato, dimenticato. In mezzo il trapasso della storia industriale della città. Il disuso delle fabbriche. Il capoluogo lombardo attraversato nei suoi non-luoghi. Bianchi e neri, deserto di cemento e lamiera. Un’indagine sui luoghi periferici abbandonati, marginali. Questo interessa a Basilico: non il paradigma estetico della città, le sue autocelebrazioni, ma la sua nervatura, quella che nessuno vede, che l’occhio rifiuta. La scelta non sta nel soggetto estetico ma nel punto di vista che predilige il fenomeno urbano dell’era post-industriale che diventa un’altra identità possibile.

“Troviamo il ricordo dei paesaggi urbani di Mario Sironi – scrive Roberta Valtorta, curatrice della mostra insieme a Umberto Zanetti – con rare case di periferia, figure di camion e gru, fabbriche, cavalcavia, e di Umberto Boccioni, con la strada stessa come tema, le fabbriche in lontananza, le ciminiere che fumano, e dei vuoti metafisici delle piazze e delle città di Giorgio de Chirico, malinconiche e misteriosamente strutturate sul rapporto luce-ombra”.

“Per la prima volta ho visto le strade, le facciate delle fabbriche tagliarsi nitide e isolate su un cielo terso, grazie al quale la visione dello spazio e delle forme diventava improvvisamente inusuale”. G. Basilico.

Il fotografo scopre nel momento in cui prende in mano la macchina, per la prima volta il mondo raccontato da quella prospettiva e ne resta affascinato.

Milano-Mosca. Due anime dannate. Il postmoderno ci ha insegnato a sorriderne con un po’ di malinconia.







barbara.leoni@gmail.com

United artists of Italy. Fotografi e artisti si raccontano a Milano

Giorgio de Chirico in gondola, sullo sfondo il Palazzo Ducale della Serenissima. Ritratto veneziano. Così l’ha immortalato la macchina fotografica di Aurelio Amendola. È uno dei 200 scatti in mostra al Palazzo delle Stelline, a Milano, fino al 31 gennaio. United Artists of Italy è un dialogo: interazione tra i fotografi italiani e i loro soggetti, gli artisti italiani. Non tutti noti, alcuni conosciuti solo all’interno dell’ambiente. Pittori, designer, scrittori, architetti, visti attraverso l’obiettivo d’autore.

 

Così dall’occhio di Luigi Ghirri esce la serie quasi pittorica dell’atelier di Giorgio Morandi. Sequenza che rende molto bene l’attenzione e il metodo di lavoro impiegato dal pittore e lascia sospese nel tempo e nello spazio delle vere e proprie nature morte, eco dell’opera del maestro. Dallo studio pittorico al ritratto d’ambientazione: Gabriele Basilico cattura Alberto Burri, piccola figura prigioniera della struttura architettonica che la sovrasta, i grigi ex seccatoi del tabacco di Città di Castello. Sempre Burri, ma visto nel ’76 a Napoli da Mimmo Jodice, che lo colse di fronte a un cretto nero. Poi arrivano gli scatti di Ugo Mulas che raccontano la routine artistica di Lucio Fontana: il lavoro, l’occhio vitreo dell’artista, la tela bucata dal punteruolo.

Dall’arte alla letteratura, Federico Garolla sorprende Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini, a cena mentre chiacchierano tra loro. Un occhio attento quello di Garolla, che trascende il personaggio celebre, con il quale piuttosto entra in una relazione più confidenziale, rivelata poi sulla pellicola.

Non poteva mancare all’appello Gianni Berengo Gardin: fotografie del dopoguerra, dell’Italia operosa che cresce. L’Italia delle proteste che vedono scendere in campo anche l’anziano Giuseppe Ungaretti con la poetessa Milena Milani. Tra i già citati, anche i bianchi e neri di Mario Giacomelli, Ferdinando Scianna, Claudio Abate, Mario Dondero, Uliano Lucas. Predominanza del primo piano, del particolare isolato dal suo contesto quotidiano, ricollocazione di spazi e gesti ai fotografi familiari.

 

«Il massimo di tensione sul contemporaneo – spiega Massimo Minni, curatore della mostra – lo si raggiunge non con il corpo dell’opera, ma con quello dell’autore, che vive nel proprio tempo, lo interpreta, gli dà voce, lo fonda, definendone i contorni spaziali e temporali». L’esposizione ha questo obbiettivo: svelare il mondo di artisti e scrittori, fatto di relazioni, amicizie, collaborazioni. Rimandi e richiami, clin d’oeil che si inseguono ora attraverso la fotografia, ora attraverso l’arte.

barbara.leoni@gmail.com

I mostri dei Caraibi

Immagini non necessariamente d’artista, non necessariamente da fotogiornalista. A volte fotografie e basta, senza pretese, solo eloquenti. Questo quando succede che raccontano senza filtri, scattando quello che è successo. Haiti e la morte, il cataclisma e il dolore. Poi, quel senso di disagio, che proviamo da lontano di commozione cristalizzata, ha un moto. Un moto vitale, di rigetto, non comprensione, quando a fianco troviamo pubblicata l’immagine delle nave da crociera che getta l’ancora, a meno di 100 km dall’epicentro del terremoto. I turisti scendono a terra, tra cocktail, cappelli di paglia e costumi da bagno, per godere apppieno della vacanza caraibica. Ieri ha attraccato il Navigator, dando il cambio all’Independence of the seas, che era arrivata venerdì. La compagnia americana Royal Caribbean si difende: “portiamo anche cibo”. A noi non resta che fissare le due fotografie, una a fianco dell’altra.

 

barbara.leoni@gmail.com

Through Italy. Landscapes: Scianna, Fontana, Fiorio.

Torno ora a Milano, A1. Altro giro di giostra, altra andata e ritorno da casa. Modena, avvolta nei suoi grigi, nel suo caldo mantello padano. E ogni volta è un incontro tutto mio, fatto di voci, di accenti, di prospettive, tagli e scorci. Quella pianura che gli scatti del siciliano Ferdinando Scianna mi fa rincontrare.

A volte succede così: che un “foreste” sappia meglio descrivere i tuoi luoghi, dove a lui è permesso di approdare senza sensazioni predefinite, inquadrature già riconosciute. Il bianco e nero di Scianna descrive la mia campagna, la restituisce umana e familiare. Fotografie umide, che raccontano del lavoro secolare nei campi. Dante lo chiamava Dolce piano, è così Scianna ha chiamato la sua raccolta che percorre la via Emilia, da Milano a Ferrara. Lo Spazio Forma a Milano, espone i suoi scatti, accanto a quelli di Franco Fontana e Giorgia Fiorio, nella mostra PassaggiFigurePaesaggi. Tre fotografi che raccontano il nostro landscape. Il territorio vissuto, fatto proprio, reso nella sua autenticità. Fontana, modenese, si allontana invece dai suoi luoghi e, con Appunti Siciliani, si sposta a sud.

Un sud che celebra la luce e il colore, il contrasto acceso, la definizione dei contorni. Una Sicilia brulla, calamita di energia, di cielo e terra. Punto d’origine: orizzonti,  linee, passaggi.  Finestre sul mondo, infinito azzurro che si dipana oltre i gialli del terreno. E case, i selciati, i cieli, il mare. Ubriacatura di vita. Gola arsa, mi inebria, cresce la sete.

Poi gli scatti di Fiorio, torinese, che ricalca i contorni delle sue Alpi. Vertigine tra cirri e vette.

Traiettorie celesti che però, a me restano più estranee, eteree, metafisiche. Fotografie di confine terrestre, che sfiorano il limite, e che per questa ragione, sento meno mie. Meno vicine.

Amo la terra bruciata dall’occhio di Fontana. Amo la commozione antica di Scianna nel ricordo della mia pianura.

barbara.leoni@gmail.com

Gli Americans di Robert Frank

Entrare al Metropolitan per la prima volta e perdersi subito. Perdere di vista l’itinerario che inevitabilmente si è obbligati a prefissarsi. Un manifesto indica un’esposizione temporanea: Looking In: Robert Frank’s The Americans. E subito farsi risucchiare dal bianco e nero che intravedi tra i giri di sala. È terminata ieri la mostra, per la prima volta a New York, dedicata al 50esimo anniversario della pubblicazione nel 1959 di The Americans, del più grande fotografo americano vivente, oggi 85enne. Primo reportage sulla beat generation, gli 83 scatti di Frank ritraggono la retrospettiva di un’America nel pieno del boom economico ma al tempo stesso stravolta dai contrasti sociali. Il fotografo l’ha percorsa in un viaggio tra il 1955 e il 1956 per restituirne la descrizione più fedele possibile. Accusato di essere troppo duro sulla società americana, alcuni critici tacciarono Robert Frank di radicalismo, ribattezzandolo il “nuovo de Tocqueville”. Tuttavia la raccolta è stata riconosciuta, fin dal momento della sua pubblicazione, come un capolavoro della fotografia di strada. Il suo sguardo irriverente di fronte ai mali dell’America, non ha nascosto le piaghe del segregazionismo o la disperazione dei poveri agricoltori bianchi. Nel corso della sua carriera Frank ha fatto la conoscenza dei principali intellettuali e artisti della nuova generazione americana, soprattutto di quelli legati alla beat generation. Sarà infatti lo scrittore Jack Kerouac, con il quale si avventura in un viaggio on the road in Florida, a scrivere l’introduzione a The Americans per l’edizione americana. “Robert Frank (…) ha estratto una poesia triste dal cuore dell’America e l’ha fissata sulla pellicola – scrive Kerouac – così è entrato a far parte della compagnia dei grandi poeti tragici del mondo”.

Non l’American dream, ma i sogni calpestati, la lotta quotidiana della gente comune, in un Paese dove le distanze corrispondono ad echi vuoti di discorsi incompiuti. Il mondo intanto va avanti, e l’America mostra il suo volto vincente.


Una madre con i figli sulla spiaggia del Massachussets. Le pagine di un giornale che danno la notizia della morte di Marylin Monroe. È il 5 agosto 1962. La bambina corre trascinando con sé nel vento la bandiera degli Stati Uniti.

Robert Frank ha ritratto il quotidiano e la Storia, nel più semplice dei modi possibili: osservando.

barbara.leoni@gmail.com

My NY photos on Flickr

Rapida, verticale, veloce. Dèjà vu, dovuto ai film, al bombardamento di immagini cinematografico. New York, la prima volta. Senso di vertigine, forza magnetica che ti tiene incollato all’asfalto, dove il sole non si vede mai. Linee di ferro e acciaio, i taxi, i cappotti, le vetrine sotto Natale. Poi Manhattan nel tardo pomeriggio, quella vista dal mare.  L’alveare di luci nella sera.

barbara.leoni@gmail.com

Sud-Est, Steve McCurry a Milano

Il dieci settembre prendeva l’aereo di ritorno dal Tibet. Giusto in tempo per assistere, il giorno dopo, al crollo delle Twin Towers, dalla finestra del suo ufficio a New York. Steve McCurry, reflex alla mano, ha intrappolato quegli istanti della tragedia americana.

Fotogiornalista, vincitore di due World Press Photo Awards, McCurry ha ritratto, attraverso i suoi viaggi in India, in Tibet, in Birmania e in Afghanistan, l’umanità, colta nei suoi atti più consueti, in guerra e in pace, nel dolore e nella gioia. Lui si è ritirato dietro l’obbiettivo, per lasciar parlare i volti, i colori, le emozioni dietro ai gesti. A partire dall’effige della ragazza afgana, celebre per la copertina del National Geographic, la mostra Sud-Est, al Palazzo della Ragione a Milano, espone 240 scatti del fotografo, allestiti attraverso un percorso sospeso in sei sezioni: L’altro, Silenzio, Guerra, Gioia, Infanzia e Bellezza.

Fotografie mute, che lasciano spazi e tempi per la riflessione. Si raccontano, pongono domande davanti all’inesorabilità della vita e della morte, bloccate in un momento delimitato dalla storia e al tempo stesso eterno.

“Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te”.

Preghiere singole e collettive. Occhi che si lasciano scrutare dal fotografo. E, inevitabilmente, ti guardano.

http://www.stevemccurry.com/main.php

http://www.stevemccurrymilano.it/

barbara.leoni@gmail.com